Ero solita pensare che avere un figlio non significasse uno stravolgimento della propria vita. Pensavo che sarebbe rimasta la stessa, con l’aggiunta di un bambino. Beata ignoranza. Non c’è niente di meno vero, almeno per quanto riguarda questi primi tempi, e chissà per quanto ancora. Tanto per fare un esempio, oggi, a tre mesi meno un giorno dal parto, è la prima volta che mi metto a scrivere. Ma procediamo con ordine.
Punto primo: il parto
Il parto è un evento stratosferico, tumultuoso, una di quelle esperienze che fanno comprendere profondamente quanto corpo e mente siano un’unica cosa. Non è facile descriverlo, anche perché non è mai uguale, ma qualcosa posso dirla. Per cominciare, che sono grata a me stessa per averlo fatto. Per certi versi è stata dura, ci sono stati momenti difficili e una complicazione con l’espulsione della placenta che ha causato un intervento poco piacevole. Ma nel complesso l’ho vissuto bene, ho scoperto di essere molto forte e sono anche riuscita a divertirmi: ho chiacchierato e riso con il mio compagno fino all’ultimo, ho fatto battute con l’ostetrica e con il ginecologo; persino alla fine del secondamento manuale, che mi ha stremato, sono riuscita a scherzare. L’epidurale mi ha aiutato molto, mi ha permesso di dormire dopo diverse ore dall’inizio delle doglie e mi ha fatto arrivare in sala parto con la dose di forze necessaria a spingere Niccolò fuori da me. In quel momento ho provato dolore, il dolore più intenso che abbia mai provato, ma era bello perché c’era l’ostetrica che mi aiutava e dietro di me il mio compagno che mi sosteneva guardandomi negli occhi e io sapevo che stavamo per conoscere nostro figlio. E quando finalmente è nato l’ho visto uscire e me l’hanno appoggiato sulla pancia e lui era bagnato e piccolissimo, una palla di carne pulsante che respirava per la prima volta nella sua vita, e stava lì, su di me, a sentire la mia pelle e il mio cuore. E poi ha fatto la pipì, e un rivolo caldo ha percorso il mio fianco.
Non ho mai provato nulla di simile, ma questo non ha nulla a che vedere col diventare mamma. E qui veniamo al punto due.
Secondo punto: il puerperio
Per me, il puerperio è stato un periodo delirante. Nel vero senso della parola. Gli ormoni sparano fuochi d’artificio ed è impossibile mantersi in uno stato vagamente simile alla normalità. In particolare, su di me hanno avuto un effetto più potente che su altri, e ho dovuto fare i conti con la mia psiche scendendo a patti con le sue fragilità. Uno di questi è stato rinunciare all’allattamento e passare al latte artificiale. Per tutto il resto ci vorrebbe un capitolo a parte. Forse un giorno inaugurerò una categoria del blog dedicata all’argomento, ma adesso non ho nessuna voglia di soffermarmici. L’unica cosa che posso dire, citando diverse donne, è che nessuna donna nasce madre. Madre si diventa, e ci vuole molto tempo (il puerperio è solo l’inizio). A questo mi sento di aggiungere una nota sull’altra credenza comune sulla femminilità, e cioè che oltre a essere naturalmente madre una donna è già madre nel momento in cui è incinta. Non è vero. Essere incinta è uno stato della femminilità che dura nove mesi, un mutamento del corpo che vale la pena di provare per il benessere che procura, un preludio al diventare madre, ma in cui essere madre è ancora soltanto una fantasia. Una donna incinta è una donna incinta, non è una mamma (a meno che non abbia già figli). Ed eccoci al punto tre.
Terzo punto: la maternità
Qualche tempo fa, una mia amica mi ha fatto una domanda semplice: “Com’è essere mamma?”. Cazzo, non sapevo rispondere. La verità è che non lo so, non l’ho ancora realizzato. E non so quanto tempo mi ci vorrà. Per ora c’è solo che ho un bambino, che è bellissimo, che sento di amare con la parte più antica di me. Un bambino che mi chiede tutto e a cui sto dando tutto. Il mio tempo è interamente dedicato a lui, e mentre lui impara, imparo anch’io. Che cosa non lo so: ogni giorno in fondo sembra uguale, ma quando arriva la sera conto tutte le cose nuove che ci sono state rispetto al giorno prima e capisco che si sta andando avanti. Poi, dopo aver messo a letto Niccolò, mi affaccio alla finestra e guardo le persone che rientrano a casa, dopo aver passato una giornata nel mondo. E mi sento catturata in un universo parallelo, che si dispiega in altre dimensioni (la casa, i giardini, la casa di mia madre, il panettiere, il lattaio ecc.), con un tempo tutto suo, segnato dai ritmi sonno-veglia di Niccolò. E poi ci sono le mie capacità cognitive. Mentre ero incinta avevo letto un articolo su uno studio che sosteneva che quando si fa un figlio le proprie capacità cognitive vengono potenziate. Io non so se traspaia dal modo in cui sto scrivendo, ma quell’articolo era una gran cazzata. Onestamente, sento che la mia mente sta cercando un punto di incontro con una creatura che non parla, ma comunica. Di conseguenza, se io e mio figlio vogliamo capirci, è necessario che le mie facoltà intellettive ed espressive tendano verso le sue. Insomma, quando si fa un figlio si regredisce.
E allora?
E allora non è che tutto questo sia brutto o bello in sé. È così e basta. L’unica cosa da fare è lasciarsi andare e vivere questo momento. E non dimenticarsi che i figli ogni tanto possono stare con i nonni e che c’è un compagno che ci aiuta e ci appoggia, e con cui ci si può anche sfogare. E ricordarsi che è un momento, non sarà così per sempre, Niccolò non sarà sempre un così piccolo e bellissimo fagottino di carne. Tanto vale goderselo. E godere di quei rari momenti in cui si riesce a strappare alla maternità un spazio per sé. Oggi sono contenta di aver scritto questa cosa.

quell’amica che ti ha fatto quella domanda ero io.,…vero?
mi ha risposto nel modo piu meraviglioso che potessi fare…semplicemente Mamma.
Ti voglio bene
sì, eri tu. ti voglio bene anch’io. e grazie di avermi ricordato la mia risosta.
Cara Mara,
anche io sono contenta che tu abbia scritto questo post, sono pensieri che vivo da 16 mesi ormai e non avrei potuto trovare parole più giuste di quelle che hai scritto tu…leggendo i vari punti mi hai fatto fare un salto nel passato (non tanto passato in realtà, soprattutto in tema di parto!) e mi sono sentita capita, come se finalmente avessi avuto una risposta alle mie perplessità e ai dubbi che ancora oggi mi vengono. Sì, perchè mamme non si nasce, hai ragione, ma lo si diventa e ho scoperto che se in questo universo si ha il coraggio di coinvolgere mariti, compagni e nonni non sei una mamma che pensa a sè stessa ma una mamma che ogni tanto ha bisogno di guardarsi allo specchio e dirsi: esisto anch’io.
Grazie Mara, sono sicura che sei un’ottima mamma!