
L’inventore di sogni (The daydreamer) Ian McEwan, 1994
1994, sì, non è una nuova uscita. È un libro di tredici anni fa. Tredici anni fanno già storia, per un libro. E anche per una persona. Quanti anni avevo allora? Quasi quattordici. L’età di Peter Fortune, più o meno. L’”età ingrata”, secondo qualcuno. Un momento strano, in ogni caso. Breve, assurdo, difficile da richiamare alla memoria. Cruciale, però. Ha i contorni sfumati delle zone di frontiera, è quando cominciamo a varcare quella linea di confine che divide impercettibilmente il mondo dei bambini da quello dei grandi. Ian McEwan fotografa quest’attimo fuggente attraverso i sogni grotteschi di un ragazzino con un’immaginazione sconfinata, strappandoci alle certezze della nostra età adulta, per farci rivivere quel senso di assoluta indefinizione che ci accompagna mentre diamo il nostro addio all’infanzia, quel: “chi mai diventerò?”. Ci ritroviamo così a inseguire Peter nelle sue trasformazioni in tutto ciò che c’è di diverso da sè, di curioso, di spaventoso, arrivando infine ad assaggiare la vita detestata dei grandi e alla strabiliante scoperta che anch’essa, almeno in parte, ci riserverà delle dolcezze. L’inventore di sogni, raccondando favole, imprigiona in uno stato ipnotico fino a che non sia stato ripercorso, dal primo all’ultimo centimetro, il ponte perduto tra l’età dei bambini e l’età dei grandi. Chiudendolo sull’ultima pagina, sarà più facile guardare i noi di oggi senza malinconia e alleggerire il nostro presente del rimpianto del passato, sapendo, ormai, che “a nulla e nessuno è dato di restare fermo, non agli uomini, non all’acqua e neppure al tempo”.