È stata dura. Infatti è venuta fuori una specie di trattato. Ma chiunque abbia a cuore l’argomento quanto o più di me, avrà (forse) il coraggio di andare fino in fondo.
Anyway. Tutto è cominciato venerdì scorso, quando come sempre sono uscita a cena con le mie amiche. La serata procedeva regolarmente: un susseguirsi di uscite politicamente scorrette, sconcezze sparate a un volume rigorosamente udibile da tutti gli avventori e grasse risate. Ma…
Chissà come, finiamo a parlare di fede. Ora, il nostro assortimento va dall’ateismo congenito a un credo esercitato privatamente, anticlericale e antidottrinario, prossimo all’agnosticismo. A quanto pare, però, siamo tutti suscettibili di crisi mistiche. Un paio di non battezzate, in particolare, hanno raccontato di esperienze di preghiera spontanea, insorte in momenti intensamente dolorosi della loro vita. Addirittura qualcuna ha trovato conforto entrando in luoghi di culto o parlando con un prete (grazie al culo –raro– di averne trovati di intelligenti e sensibili).
Per quanto mi riguarda, l’ultima (e unica) crisi mistica della mia vita risale a quando avevo circa otto anni, frutto dell’indefessa opera di una zia ciellina che, quando ero in vacanza in montagna da lei, faceva in modo che partecipassi alla messa e soprattutto alle preghierine serali delle mie cugine. Insomma, fatto sta che, ai tempi, fui sul punto di chiedere la confessione e farmi battezzare. Fortunatamente, i miei soggiorni non sono mai durati abbastanza da consentirmi di mettere in atto il diabolico piano.
Il dato rilevante, comunque, è che ognuno di noi ha sentito, almeno un volta nella vita, il bisogno di credere che dio esista. Persino io. Com’è possibile?
Mentre mando giù la mia orata (con un po’ di fatica, data la commozione suscitata dai racconti delle altre) penso che è proprio questo che ha generato le religioni. Che poi hanno avuto la necessità di dimostrare a tutti che dio esiste (creando la necessità, per gli atei, di dimostrare che non è vero).
Anselmo, tanto per citarne uno, pensò di aver provato che, potendo essere pensato come essere perfetto, dio doveva per forza esistere; dopo di lui, altri pensarono di aver dimostrato che non è vero (il fatto che possa pensare un unicorno perfetto non vuol dire che…); poi, come a loro modo dissero anche i Bluvertigo, venne fuori che l’universo è infinito: ergo, c’è la possibilità che esista qualsiasi cosa, che riusciamo a immaginarla o no.
Oh mio dio, ma allora sto dicendo che dio esiste! Certo, se intendiamo “dio” come sinonimo di “universo” e di “materia”. Ma, per quel che mi risulta, nessuna religione, almeno tra quelle monoteiste, afferma niente del genere.
Con questo non ho ancora risposto alla mia domanda (nel frattempo sono arrivata all’ammazzacaffè): da dove cazzo arriva tutto questo bisogno di dio (come lo intendono cristiani e simili)? Mah, probabilmente dal fatto che la materia forma degli aggregati pensanti, ma non abbastanza da spiegarsi perché. O forse sì, ma se esistono (probabilissimo, viste le considerazioni di cui sopra) non possono essere altro che, ancora una volta, materia che pensa se stessa. Meglio di quanto sappiamo fare noi umani, che abbiamo la mente obnubilata dal peccato originale. Quello di non saper accettare di essere in grado di spiegare il come ma non il perché. O la presunzione di essere convinti che la materia che pensa debba avere per forza un altro nome. Come “anima”.

