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cara mara

27 set

Il post più letto in assoluto, su questo blog, è le vere puttane non lavorano gratis. Sapete perché?

Perché pressoché ogni giorno qualcuno arriva qui inserendo come chiave di ricerca in Google “puttane gratis”.

Questo mi suggerisce due riflessioni:

1. la domanda di puttane è inesauribile

2. la maggior parte di chi le cerca non si può permettere puttane sofisticate (leggi: dotate degli strumenti necessari a evitare il marciapiede)

Mi pare quindi quanto mai anacronistica e controproducente la battaglia della mia ahimé omonima ministra Mara Carfagna contro le passeggiatrici e i loro clienti. Non farà altro che spingere le puttane di strada ancora più ai margini, ancora più al buio, ancora più tra le braccia sempre aperte di mafiosi e sfruttatori. E questo lo sappiamo tutti.

Ma mi chiedo quale sia il vero motivo, al di là del compito di gettarci un po’ di fumo negli occhi, della scelta di sposare proprio questa causa.

Sarà che le fa gioco nel restyling della sua immagine pubblica?

O sarà che in fondo invidia chi fa per scelta professionale ciò che lei ha dovuto fare per secondi fini?

l’impronta che mi piace

22 lug

buona festa del lavoro a tutt@

1 mag

may day may day

(un paio di critiche sulla comunicazione: scelte cromatiche dubbie e “transnazionalizzazione” poteva esserci risparmiato -occhio alla paura di apparire veterocomunisti, a volte gioca brutti scherzi)

euro may day 2008

vicinato bendato

16 apr

Tornando a casa, ieri sera, non era ancora mezzanotte, ero tutta presa dai miei pensieri che immaginavo di riversare qui oggi: il nuovo lavoro, gli amici vecchi e quelli nuovi, i nuovi incontri. Ma, arrivata davanti al portone, assisto a una scena che in un attimo soverchia ogni cosa: la mia vicina di casa -una bella tipa mediterranea, tutta tacco 12, ombretto metallizzato e lunghi capelli di un nero effetto lucido che ricadono a onde sulle spalle- addossata alla porta semiaperta; un uomo che potrebbe essere argentino, come brasiliano, come del Paraguay (ammetto che la mia conoscenza delle fisionomie sudamericane è piuttosto ridotta), che le sta addosso sputandole a pochi millimetri dalla faccia parole che non riesco a sentire ma che mi sembrano avvelenate. E a completare il terzetto, un personaggio femminile improbabile, un barilotto con l’aria della massaia, dal ruolo imprecisabile, che assiste allo scambio tra i primi due cercando senza troppa convinzione di mediare.

Sarà stata l’aria minacciosa che ho cercato di assumere, sarà stato semplicemente il mio arrivo, sia come sia quando faccio la mia apparizione la situazione si scioglie, il rude maschio viene lasciato sulla soglia e le due donne mi seguono dentro. Da quel che capisco sull’ascensore, la mia vicina è esasperata e si è ficcata in circostanze difficili sfuggite al suo controllo, per di più al momento mi sembra alquanto turbata. Non fa che ripetere all’accompagnatrice che deve prendersi tutte le cose del dubbio soggetto che aspetta di sotto e che poi devono andarsene, che lui deve uscire dalla sua vita e non farsi rivedere più. Mentre apriamo le rispettive porte di casa, le chiedo: “Devo preoccuparmi o è tutto a posto ora?”. Lei mi rassicura blandamente. Comunque, una volta detro, sto in ascolto delle voci al di là della parete, e nel buio della mia stanza resto in allerta per un po’. Sento il barilotto dal ruolo imprecisabile andarsene quasi subito, mentre la mia vicina comincia a ricevere telefonate a cui risponde concitata e con affanno. Poi un clacson comincia a suonare insistente. La cosa si risolve nello spazio di un quarto d’ora, e io posso finalmente addormentarmi.

Ma ciò che più mi sconcerta, di tutta questa storia, è l’A4 che l’indomani trovo appeso nell’androne, che reca a caratteri cubitali il seguente messaggio:

Solo una deficente (senza la “i”, n.d.r.) si fa venire a prendere alla 1 di notte da un cretino che al posto del citofono usa il clacson dell’auto. Asini del genere dovrebbero vivere in campagna e non in città. Che NON si ripeta!!!

Dopo le recenti sorti del governo e l’esito di queste elezioni, ho preso atto dell’abissale distanza che mi separa dal mio Paese e che non verrà mai colmata dall’opera del Parlamento entrante e del governo che ne uscirà e, di conseguenza, ho deciso che l’unica politica di cui mi interesserò e che praticherò sarà quella delle relazioni quotidiane, dei rapporti di lavoro, delle micro-comunità di cui, di volta in volta, farò parte.

Ecco, stasera, prima di ricongiungermi alla piccola comunità dei miei amabili condomini (gente così per bene da dare della deficiente a una che nemmeno conoscono per eventi di cui ignorano le dinamiche), avrò la premura di procurarmi un bel megafono e una tromba da stadio.

né colpevoli né vittime

8 apr

Sesso in cambio dell’affitto, del dentista, dell’idraulico: nuove forme di un mestiere vecchio come il mondo, in una narrazione che non cambia mai

Negli ultimi tempi, alcune testate giornalistiche hanno speso parole a profusione sulla presenza in rete di annunci in cui uomini offrono servizi in cambio di prestazioni sessuali. Innocenti fanciulle vengono adescate on-line, cadendo così nella rete di questi moderni sfruttatori (diciamolo, un po’ improvvisati). Ma la notizia dov’è? Non è forse costume antico il cosiddetto pagamento in “natura” (impropriamente, visto che in natura si può pagare anche, che so, con la marmellata)? Non siamo forse, noi donne, maestre nell’arte del baratto di sesso in cambio di prodotti e servizi?

Vado oltre la provocazione, provando a ribaltare la dinamica. Non devo andare lontano per trovare un esempio: è passato relativamente poco tempo da quando l’attenzione della stampa è stata catalizzata da un fenomeno molto simile a quello degli annunci a luci rosse. È dell’ottobre dell’anno scorso, infatti, la pubblicazione del “Diario di una webcamgirl”, di Hellen (alter ego digitale di Elena, 25 anni, Milano), che ha reso la sua autrice protagonista di interviste, ospite e oggetto di dibattiti all media. Nel raccontare la storia di come Elena è diventata Hellen, i giornali si sono preoccupati di mettere bene in evidenza il movente del bisogno: licenziata di punto in bianco dal negozio dove lavorava, una madre con cui era impossibile vivere, le tasse universitarie da sostenere, bla bla bla. Certo, non è stato un uomo a offrirle qualcosa in cambio di sesso, ha deciso da sola di spogliarsi davanti a una webcam, ma, anche se ora dichiara di amare il suo lavoro, la sua scelta non è stata libera, non può essere stata libera.

A ben guardare, sotto sotto c’è quest’idea: le donne che si mantengono con il sesso sono delle poverine, non hanno un’alternativa o sono costrette da qualcuno. Queste donne sono delle infelici, delle vittime, sono umiliate e fanno mestieri degradanti.

Immagino che questo sia il modo migliore, rispetto alla criminalizzazione o alla sanzione morale, di tappare la bocca a chi è sex worker per libera scelta. Il motivo è che queste persone (la maggior parte, nell’industria del sesso) ci dicono qualcosa che non vogliamo sentirci dire. La puttana ci dice: “io lavoro per me stessa, mi guadagno da vivere col mio corpo, do sesso e mi danno denaro e poi non devo stirare le camicie dei miei clienti, o far loro da mangiare, o pulire i pavimenti…”. Così, giocando apertamente, scopre le carte di noialtre/i: chi, in un modo o nell’altro, non usa o non ha mai usato il sesso allo scopo di ottenere qualcosa, fosse esso materiale o immateriale? La puttana non chiede di essere mantenuta, o di essere sposata, o sorretta. Si regge benissimo sulle sue gambe, non chiede sacrifici e non fa ricatti velati in nome del suo sesso. Chiede soldi, puro e semplice, senza altri vincoli né per sé, né per il proprio cliente. Per questo gli uomini ne sono attratti, e nello stesso tempo la biasimano (per usare un eufemismo). Per questo le altre donne la temono.

Eppure, se fossimo tutte/i un po’ più puttane, sono convinta che ce la passeremmo molto meglio.

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