
Sesso in cambio dell’affitto, del dentista, dell’idraulico: nuove forme di un mestiere vecchio come il mondo, in una narrazione che non cambia mai
Negli ultimi tempi, alcune testate giornalistiche hanno speso parole a profusione sulla presenza in rete di annunci in cui uomini offrono servizi in cambio di prestazioni sessuali. Innocenti fanciulle vengono adescate on-line, cadendo così nella rete di questi moderni sfruttatori (diciamolo, un po’ improvvisati). Ma la notizia dov’è? Non è forse costume antico il cosiddetto pagamento in “natura” (impropriamente, visto che in natura si può pagare anche, che so, con la marmellata)? Non siamo forse, noi donne, maestre nell’arte del baratto di sesso in cambio di prodotti e servizi?
Vado oltre la provocazione, provando a ribaltare la dinamica. Non devo andare lontano per trovare un esempio: è passato relativamente poco tempo da quando l’attenzione della stampa è stata catalizzata da un fenomeno molto simile a quello degli annunci a luci rosse. È dell’ottobre dell’anno scorso, infatti, la pubblicazione del “Diario di una webcamgirl”, di Hellen (alter ego digitale di Elena, 25 anni, Milano), che ha reso la sua autrice protagonista di interviste, ospite e oggetto di dibattiti all media. Nel raccontare la storia di come Elena è diventata Hellen, i giornali si sono preoccupati di mettere bene in evidenza il movente del bisogno: licenziata di punto in bianco dal negozio dove lavorava, una madre con cui era impossibile vivere, le tasse universitarie da sostenere, bla bla bla. Certo, non è stato un uomo a offrirle qualcosa in cambio di sesso, ha deciso da sola di spogliarsi davanti a una webcam, ma, anche se ora dichiara di amare il suo lavoro, la sua scelta non è stata libera, non può essere stata libera.
A ben guardare, sotto sotto c’è quest’idea: le donne che si mantengono con il sesso sono delle poverine, non hanno un’alternativa o sono costrette da qualcuno. Queste donne sono delle infelici, delle vittime, sono umiliate e fanno mestieri degradanti.
Immagino che questo sia il modo migliore, rispetto alla criminalizzazione o alla sanzione morale, di tappare la bocca a chi è sex worker per libera scelta. Il motivo è che queste persone (la maggior parte, nell’industria del sesso) ci dicono qualcosa che non vogliamo sentirci dire. La puttana ci dice: “io lavoro per me stessa, mi guadagno da vivere col mio corpo, do sesso e mi danno denaro e poi non devo stirare le camicie dei miei clienti, o far loro da mangiare, o pulire i pavimenti…”. Così, giocando apertamente, scopre le carte di noialtre/i: chi, in un modo o nell’altro, non usa o non ha mai usato il sesso allo scopo di ottenere qualcosa, fosse esso materiale o immateriale? La puttana non chiede di essere mantenuta, o di essere sposata, o sorretta. Si regge benissimo sulle sue gambe, non chiede sacrifici e non fa ricatti velati in nome del suo sesso. Chiede soldi, puro e semplice, senza altri vincoli né per sé, né per il proprio cliente. Per questo gli uomini ne sono attratti, e nello stesso tempo la biasimano (per usare un eufemismo). Per questo le altre donne la temono.
Eppure, se fossimo tutte/i un po’ più puttane, sono convinta che ce la passeremmo molto meglio.


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