
Tornando a casa, ieri sera, non era ancora mezzanotte, ero tutta presa dai miei pensieri che immaginavo di riversare qui oggi: il nuovo lavoro, gli amici vecchi e quelli nuovi, i nuovi incontri. Ma, arrivata davanti al portone, assisto a una scena che in un attimo soverchia ogni cosa: la mia vicina di casa -una bella tipa mediterranea, tutta tacco 12, ombretto metallizzato e lunghi capelli di un nero effetto lucido che ricadono a onde sulle spalle- addossata alla porta semiaperta; un uomo che potrebbe essere argentino, come brasiliano, come del Paraguay (ammetto che la mia conoscenza delle fisionomie sudamericane è piuttosto ridotta), che le sta addosso sputandole a pochi millimetri dalla faccia parole che non riesco a sentire ma che mi sembrano avvelenate. E a completare il terzetto, un personaggio femminile improbabile, un barilotto con l’aria della massaia, dal ruolo imprecisabile, che assiste allo scambio tra i primi due cercando senza troppa convinzione di mediare.
Sarà stata l’aria minacciosa che ho cercato di assumere, sarà stato semplicemente il mio arrivo, sia come sia quando faccio la mia apparizione la situazione si scioglie, il rude maschio viene lasciato sulla soglia e le due donne mi seguono dentro. Da quel che capisco sull’ascensore, la mia vicina è esasperata e si è ficcata in circostanze difficili sfuggite al suo controllo, per di più al momento mi sembra alquanto turbata. Non fa che ripetere all’accompagnatrice che deve prendersi tutte le cose del dubbio soggetto che aspetta di sotto e che poi devono andarsene, che lui deve uscire dalla sua vita e non farsi rivedere più. Mentre apriamo le rispettive porte di casa, le chiedo: “Devo preoccuparmi o è tutto a posto ora?”. Lei mi rassicura blandamente. Comunque, una volta detro, sto in ascolto delle voci al di là della parete, e nel buio della mia stanza resto in allerta per un po’. Sento il barilotto dal ruolo imprecisabile andarsene quasi subito, mentre la mia vicina comincia a ricevere telefonate a cui risponde concitata e con affanno. Poi un clacson comincia a suonare insistente. La cosa si risolve nello spazio di un quarto d’ora, e io posso finalmente addormentarmi.
Ma ciò che più mi sconcerta, di tutta questa storia, è l’A4 che l’indomani trovo appeso nell’androne, che reca a caratteri cubitali il seguente messaggio:
Solo una deficente (senza la “i”, n.d.r.) si fa venire a prendere alla 1 di notte da un cretino che al posto del citofono usa il clacson dell’auto. Asini del genere dovrebbero vivere in campagna e non in città. Che NON si ripeta!!!
Dopo le recenti sorti del governo e l’esito di queste elezioni, ho preso atto dell’abissale distanza che mi separa dal mio Paese e che non verrà mai colmata dall’opera del Parlamento entrante e del governo che ne uscirà e, di conseguenza, ho deciso che l’unica politica di cui mi interesserò e che praticherò sarà quella delle relazioni quotidiane, dei rapporti di lavoro, delle micro-comunità di cui, di volta in volta, farò parte.
Ecco, stasera, prima di ricongiungermi alla piccola comunità dei miei amabili condomini (gente così per bene da dare della deficiente a una che nemmeno conoscono per eventi di cui ignorano le dinamiche), avrò la premura di procurarmi un bel megafono e una tromba da stadio.